Giurisprudenza recente

Adozione (Ricerca delle proprie origini)

Cass. civ. Sez. Unite, 25 gennaio 2017, n. 1946
In caso di parto anonimo, il giudice può interpellare la madre che ha dichiarato alla nascita del figlio di non voler essere nominata, per una eventuale revoca della dichiarazione.
IN caso di diniego, l’identità della madre non potrà essere svelata.

IL PRINCIPIO DI DIRITTO
“In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna; fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità”.

Adozione (Ricerca delle proprie origini)

Cass. civ. Sez. I, 9 novembre 2016, n. 22838 oppure 15024/2016

La ricerca delle proprie origini può essere effettuata anche se la madre sia morta

Dopo il decesso della madre, che non ha voluto essere nominata al momento del parto, non ha più valore il termine di cento anni dalla formazione del documento per il rilascio della copia integrale del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica, comprensivi dei dati personali.
La soluzione contraria cristallizzerebbe la scelta della madre, anche dopo la sua morte, con la definitiva perdita del diritto fondamentale del figlio di conoscere le proprie origini, in contrasto con la necessaria «reversibilità del segreto» (Corte Cost. 278/2013). Sarebbe anche pregiudicato il diritto di revocabilità della scelta della madre di non essere nominata.

PRINCIPIO DI DIRITTO
“Il diritto dell’adottato – nato da donna che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata D.P.R. n. 396 del 2000, ex art. 30, comma 1 – ad accedere alle informazioni concernenti la propria origine e l’identità della madre biologica sussiste e può essere concretamente esercitato anche se la stessa sia morta e non sia possibile procedere alla verifica della perdurante attualità della scelta di conservare il segreto.., salvo il trattamento lecito e non lesivo dei diritti di terzi dei dati personali conosciuti.
Affidamento condiviso v. Assegno di mantenimento per il coniuge, Cass. 3297/2017

Assegno di divorzio – Riduzione dell’obbligo per il depauperamento dell’obbligato che forma una nuova famiglia

Cassazione Civ., I sez., sentenza 2959 del 3 febbraio 2017
La formazione di un nuovo nucleo familiare (nella circostanza all’estero) da parte dell’obbligato può comportare una riduzione dell’assegno di divorzio.
Come precisa la Suprema Corte con la sentenza citata, se, «a sostegno della richiesta di diminuzione dell’assegno di divorzio, sono allegati sopravvenuti oneri familiari dell’obbligato, il giudice deve verificare se si determini un effettivo depauperamento delle sue sostanze in vista di una rinnovata valutazione comparativa della situazione delle parti, salvo che la complessiva situazione patrimoniale dell’obbligato sia di tale consistenza da rendere irrilevanti i nuovi oneri».

ASSEGNO DI DIVORZIO – L’ACCERTAMENTO SI ARTICOLA IN DUE FASI
Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 4100 del 16 febbraio 2017
La sentenza in commento ha specificato come si sviluppa l’indagine giudiziale del diritto all’assegno divorzile, nei seguenti termini:
“L’accertamento del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice verifica l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre nella seconda procede alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno, che va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Nell’ambito di questo duplice accertamento assumono rilievo, sotto il profilo dell’onere probatorio, le risorse reddituali e patrimoniali di ciascuno dei coniugi, quelle effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, nonché le rispettive potenzialità economiche”

ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER LA PROLE – MANCATO VERSAMENTO DEL GENITORE NATURALE
F
Il genitore non coniugato non è punibile penalmente ex art. 12 sexies legge sul divorzio per il mancato versamento dell’assegno di mantenimento in favore del figlio
Cass. pen. Sez. VI, 19 gennaio 2017, n. 2666
Deve escludersi che la L. n. 54 del 2006, art. 3, si riferisca anche alla violazione degli obblighi di natura economica derivanti dalla cessazione del rapporto di convivenza.
(Infatti) … mentre in caso di separazione dei genitori coniugati, ovvero di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio si applicano tutte le disposizioni previste dalla L. n. 54 del 2006, per quanto riguarda i figli di genitori non coniugati il riferimento ai “procedimenti relativi” agli stessi assolve alla funzione di circoscrivere l’ambito delle disposizioni applicabili a quelle che concernono i procedimenti indicati dalla L. n. 54 del 2006, e che sono quelli civili di cui all’art. 2, e non anche alle previsioni normative che attengono al diritto penale sostanziale.
La soluzione appena indicata, oltre ad essere attenta al dato testuale delle disposizioni di legge, risponde anche al principio del cd. “diritto penale minimo” e non lede la posizione sostanziale dei figli di genitori non coniugati, per la cui tutela è possibile il ricorso a tutte le azioni civili, e ferma restando, inoltre, l’applicabilità della fattispecie di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2.
Assegno di mantenimento per il coniuge

Affido condiviso

Cass. civ. Sez. VI – 1, 8 febbraio 2017, n. 3297
La Cassazione privilegia l’affido condiviso rispetto a quello alternato
Cass. Civ., VI sez., sentenza n. 4060/2017 del 15/2/2017
Con la sentenza in commento, la Cassazione ha attestato che la giurisprudenza rispetto all’affidamento alternato preferisce quello condiviso, che meglio tutela le esigenze primarie della prole minore.
IL FATTO
Una coppia di fatto, cessata la convivenza, stabiliva con scrittura privata l’affido alternato della figlia comune.
Ma, nato un contrasto sul mantenimento e le modalità di affidamento della prole, veniva adita la giustizia.
Sentita anche la giovane che esprimeva il disagio dovuto alla destabilizzazione, dati i continui cambi di abitazione, e chiedeva un contatto maggiore con la madre, il Tribunale per i minori di Brescia disponeva l’affido condiviso con collocamento prevalente presso la madre, per meglio salvaguardare le necessità di vita della ragazza.
Veniva stabilito un assegno di mantenimento, divise le spese straordinarie al 50%, e autorizzato il completamento degli studi delle scuole medie presso l’ istituto privato dove l’adolescente era stata iscritta dalla madre, nonostante l’opposizione del padre.
La Cassazione, con la sentenza in commento, nel respingere il ricorso del padre (che lamentava minori contatti con la figlia) rilevava che andava tutelato il miglior interesse della minore e quindi concludeva che la modifica delle modalità di affidamento tutelava maggiormente le “esigenze primarie” dell’adolescente.

Assegnazione casa familiare (restituzione della casa goduta in comodato) (assegnazione parziale)
Cass. civ. Sez. I, 2 febbraio 2017, n. 2771
Ove il comodante richieda indietro la casa familiare il giudice è tenuto ad accertare se le esigenze che avevano determinato l’assegnazione della casa familiare goduta in regime di comodato perdurano. Il giudice della separazione può disporre l’assegnazione parziale dell’immobile se essa non contrasta con l’interesse preminente dei figli.
La sentenza in commento ha precisato che “il coniuge affidatario della prole minorenne, o maggiorenne non autosufficiente, assegnatario della casa familiare, può opporre al comodante, che chieda il rilascio dell’immobile, l’esistenza di un provvedimento di assegnazione, pronunciato in un giudizio di separazione o divorzio, solo se tra il comodante e almeno uno dei coniugi – salva la concentrazione del rapporto in capo all’assegnatario, ancorchè diverso dal comodatario – il contratto in precedenza insorto abbia contemplato la destinazione del bene a casa familiare. Ne consegue che, in tale evenienza, il rapporto, riconducibile al tipo regolato dagliartt. 1803 e 1809 c.c., sorge per un uso determinato ed ha – in assenza di un’espressa indicazione della scadenza – una durata determinabile “per relationem”, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque, dall’insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari che avevano legittimato l’assegnazione dell’immobile (cfr. Cass. S.U. 20448/2014; Cass. 2506/2016).
2.2.2.2. Ne consegue che, in sede di valutazione della domanda di rilascio dell’immobile adibito a casa familiare, proposta dal comodante, il giudice è tenuto ad accertare, ai sensidell’art. 1810 c.c., se l’uso cui il bene attribuito incomodato è stato adibito perduri, atteso che nel comodato senza determinazione di durata la restituzione del bene è dovuta quando è cessato l’uso cui la cosa era stata destinata. E non può revocarsi in dubbio che – essendo possibile, perfino in sede di assegnazione della casa familiare da parte del giudice della separazione, un’assegnazione parziale al coniuge affidatario di figli minori, se essa non contrasta con l’interesse preminente di questi ultimi ex art. 155 quater c.c. (applicabile ratione temporis) (Cass. 8580/2014) – siffatta verifica vada condotta in relazione all’intero bene, nel senso che esso debba nella sua totalità essere adibito a casa familiare, nell’interesse dei figli minori (o maggiorenni non autosufficienti) conviventi con il coniuge. In caso contrario, il giudice non potrà che procedere alla restituzione, quanto meno parziale, del bene al terzo comodante, legittimo proprietario, il cui diritto dominicale non può essere ulteriormente compresso, laddove non sia giustificato dall’utilizzazione dell’intero immobile come casa familiare, nell’interesse dei figli minori o maggiorenni non autosufficienti. Dal disposto dell’art. 1022 c.c.si evince, infatti, un principio generale secondo il quale il diritto di abitazione di una casa può essere esercitato, da colui che ne sia titolare, solo nei limiti del soddisfacimento dei bisogni suoi e della sua famiglia”.

Assegno di mantenimento per il coniuge

Affido condiviso

Cass. civ. Sez. VI – 1, 8 febbraio 2017, n. 3297

a)Ai fini dell’assegno, vanno ricostruite le rispettive posizioni reddituali e patrimoniali, compresi i cespiti patrimoniali.
Rimane efficace l’accordo che uno dei coniugi non lavori, concordato prima della separazione.
b) L’attitudine al lavoro è elemento di valutazione della capacità di guadagno solo se viene riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita.

c) L’affidamento condiviso va applicato anche quando vi sia tra i coniugi una mera conflittualità che si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole.

La sentenza in commento, ha riportato alcuni importanti principi in materia.
a)Ai fini della determinazione dell’ammontare dell’assegno di mantenimento, nella separazione dei coniugi, vanno ricostruite le rispettive situazioni reddituali e patrimoniali ponendole a raffronto, così come esige l’interpretazione del diritto oggettivo dato da Cass. 21649/2010, secondo cui è sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddittuali delle parti.
Le situazioni da comparare, poi, devono comprendere anche i cespiti patrimoniali che nel caso di immobili, viene desunta dalla disponibilità concreta di essi e dal vantaggio economico connesso alla possibilità di fruirne.

b) Con riguardo alla condizione lavorativa del coniuge, occorre tener conto
del principio, posto da Cass. 18547/2006, secondo cui siccome la separazione instaura un regime che tende a conservare il più possibile gli effetti propri del matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza e, quindi, anche il tipo di vita di ciascuno dei coniugi, se prima della separazione i coniugi hanno concordato – o, quanto meno, accettato – che uno di essi non lavorasse, l’efficacia di tale accordo permane anche dopo la separazione, nonché del principio (Cass. Ord. 6427/2016 del 2016) che, in ogni caso, per i coniugi l’attitudine al lavoro dei medesimi, quale elemento di valutazione della loro capacità di guadagno, può assumere rilievo, ai fini del riconoscimento e della liquidazione dell’assegno di mantenimento, solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche, mostrando anche di quantificarne l’utile netto che si è venuto a trascurare.

c) Sull’affidamento esclusivo dei minori va fatta applicazione del principio di diritto (enunciato da Cass. 5108/2012) secondo cui, premesso che “la regola prioritaria dell’affidamento condiviso ad entrambi i genitori è derogabile solo ove la sua applicazione risulti contraria all’interesse del minore, interesse che costituisce esclusivo criterio”, va precisato che “la mera conflittualità tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi, non preclude il ricorso al regime preferenziale dell’affidamento condiviso solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, mentre assume connotati ostativi alla relativa applicazione, ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, e, dunque, tali da pregiudicare il loro interesse”.
Assegno di mantenimento per la prole – Pagamento mutuo
Cass. Civ., Vi sez., sentenza 24821 del 5 dicembre 2016
Ai fini della valutazione delle condizioni economiche dei genitori, va considerata anche la rata di mutuo a carico.
Con sentenza n. 24821 del 5/12/2016, la VI sezione civile della Suprema Corte ha rilevato che il giudice di merito, in modo corretto, “nel determinare l’assegno periodico a norma dell’art. 337 ter cod. civ., ha considerato, ai fini della verifica prescritta dal comma IV, n.4 di tale articolo in ordine alle risorse economiche di entrambi i genitori, anche il debito gravante sulla donnaper disporre di una abitazione, peraltro non solo per sé ma anche per ilfiglio minore”

Comuni0ne legale tra coniugi – Conto cointestato- Obbligo di ripristino in caso di prelievo dell’intero importo
Tribunale di Roma, sentenza n. 21004 del 10 novembre 2016
Con sentenza n. 21004/2016, il Tribunale di Roma ha condannato al ripristino la donna che aveva prelevato dalla banca l’intero importo del conto cointestato con il coniuge.
Il Tribunale si è riportato alla sentenza Cass. 21098/2007 sulla comunione (agli artt. 177 segg. c.c.), secondo la quale la comunione legale fra coniugi “costituisce un istituto che prevede uno schema normativo non finalizzato, come quello della comunione ordinaria regolata dagli artt. 1100 ss. c.c., alla tutela della proprietà individuale, ma alla tutela della famiglia attraverso particolari forme di protezione della posizione dei coniugi nel suo ambito, con speciale riferimento al regime degli acquisti in relazione al quale la ratio della disciplina, che è quella di attribuirli in comunione ad entrambi i coniugi, trascende il carattere del bene della vita che venga acquistato e la natura reale o personale del diritto che ne forma oggetto”.
Convivenza more uxorio – Restituzione beni di proprietà del convivente
Cass. Civ., 2° sez., sentenza n. 4685/17 del 23 febbraio 2017
La pronuncia della Suprema Corte teneva conto della seguente fattispecie:.
Il Tribunale di Roma, con sentenza del 28 marzo 2002, rigettava la domanda di condanna della ex convivente more uxorio, alla restituzione degli arredi e oggetti personali specificamente indicati in citazione, rimasti nella casa familiare dopo l’allontanamento.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 22 giugno 2012, accoglieva il gravame proposto dell’uomo, condannando la ex partner alla restituzione dei beni indicati, ad eccezione di una scatola di lacca cinese del 1800, e dei beni strettamente connessi alle necessità dei figli rimasti nell’alloggio
La Suprema Corte respingeva il ricorso della donna.
In proposito, la Cassazione rilevava che “la convivenza more uxorio determina sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente, che assume i connotati tipici di una detenzione qualificata”.
Tale fattispecie, regolata dall’art. 1140 c.c., secondo comma e dal successivo art. 1141 c.c., rappresenta una situazione soggettiva diversa dal possesso, e si caratterizza per il riconoscimento dell’altrui proprietà o di altro diritto reale.
Pertanto il convivente risulterà mero detentore dei beni di proprietà del partner, in quanto privo dell’animus possidenti, ed alla conclusione della convivenza, il proprietario potrà agire in giudizio per la restituzione dei beni di sua esclusiva proprietà rimasti nella ex abitazione comune.
DIRITTO ALLA VITA E DIVIETO DI TRATTAMENTI INUMANI
Corte europea diritti dell’uomo, sezione. I, sentenza 2 marzo 2017, n. 41237/14
A seguito di un ricorso di una donna contro il nostro Paese, per avere l’Italia omesso di intervenire avverso le violenze familiari dell’ex coniuge (culminate nel tentativo di omicidio della donna e nella morte del figlio), la Corte di Strasburgo ha statuito che omettendo di intervenire tempestivamente sulla denuncia proposta dalla donna (e quindi venendo meno nell’adempimento dell’obbligo di proteggere la vita delle persone) le autorità italiane avevano creato una sorta di impunità che aveva favorito il compiersi di gesti criminosi.
Inoltre, nel procedimento penale vi era stata una specie di “passività giudiziaria”
L’Italia è stata quindi condannata per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), dell’articolo 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti) e dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) in combinato disposto con gli articoli 2 e 3 della Convenzione.

MINORE: AUDIZIONE NECESSARIA
Cass., Civ., 1° sez. sentenza n. 33198 dell’8 febbraio 2017
Nella procedura di sottrazione internazionale del minore, costituisce un adempimento necessario il diritto di questi di essere sentito e di esprimere il suo parere sull’eventuale rimpatrio.

In proposito, la Suprema Corte ha espresso il seguente principio di diritto:
Nel procedimento per la sottrazione internazionale di minore, l’ascolto del minore (che può essere espletato anche da soggetti diversi dal giudice, secondo le modalità da esso stabilite) costituisce adempimento necessario ai sensi dell’articolo 315 bis c.c., introdotto dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219, senza che osti, in senso contrario, la mancata previsione normativa dell’obbligatorietà desumibile dalla L. n. 64 del 1994, articolo 7, comma 3; infatti, detta audizione, gia’ prevista nell’articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, e’ divenuta un adempimento necessario, nelle procedure che li riguardino, ai sensi degli articolo 3 e 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la legge 20 marzo 2003, n. 77; tale adempimento e’, pertanto, necessario anche nel procedimento per la sottrazione internazionale di minori, essendo finalizzato, ex articolo 13, comma 2, della Convenzione de L’Aja, anche alla valutazione della eventuale opposizione del minore al ritorno, salvo che esistano particolari ragioni che il giudice di merito deve indicare specificamente – che ne sconsiglino l’audizione, nel caso in cui questa possa essere dannosa per il minore, tenuto conto anche del suo grado di maturita’ (v., in materia di sottrazione di minori, Cass. n. 7479/2014, 13241 e 17201/2011 e, in altra materia, n. 19327/2015).
Permessi 104 per unioni civili e convivenze
Circolare Inps n. 38 del 27 febbraio 2017
Con la circolare 38/2017, del 27 febbraio 2017, l’INPS ha recepito i principi della legge 76/2016, che ha esteso alle unioni di fatto (quasi) tutti i diritti previsti per le coppie unite da matrimonio e della sentenza della Corte Costituzionale n. 213 del 5 luglio 2016, che ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 33, comma 3, della legge 104/1992, nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con disabilità grave, in alternativa al coniuge, parente o affine di secondo grado.
Pertanto, i permessi della legge 104 (tre giorni al mese) per assistenza di parenti disabili possono essere utilizzati anche dai partners di unioni civili e convivenze di fatto.
Inoltre, chi abbia costituito un’ unione civile può usufruire del congedo straordinario (fino a due anni, non retribuiti, con diritto a conservare il posto di lavoro) per assistere il partner (e non i familiari del partner, essendo escluso il rapporto di affinità) con handicap grave:

Separazione legale – Il patto sul futuro assegno divorzile è nullo
Cassazione Civile, I sez., sentenza n. 2224 del 30 gennaio 2017
Come specifica la decisione, riportando la costante giurisprudenza, “gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico-patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’articolo 160 c.c.”. Non può pertanto tenersi conto di questi accordi, “non solo quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita – ma altresì – quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione, specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio, potrebbe determinare il consenso a porre fine agli effetti civili del matrimonio”.
Gli accordi dei coniugi diretti a fissare l’assegno divorzile in rapporto al futuro ed eventuale divorzio, sono inoltre nulli per illiceità della causa, “avuto riguardo alla natura assistenziale di detto assegno, previsto a tutela del coniuge più debole, che rende indisponibile il diritto a richiederlo”.
La sentenza specifica infine che l’art. 5, comma 8, della legge 898/1970
(secondo il quale, su accordo delle parti, “la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione (una tantum), ove ritenuta equa dal Tribunale”, ed in tal caso, è preclusa qualunque domanda successiva avente contenuto economico), “non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio”.
Violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570, comma 2, c.p.)
Cassazione, sezione 5° penale, sentenza n. 3831 del 25 gennaio 2017

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’espressione “mezzi di sussistenza” di cui all’art. 570, 2° comma, n. 2, esprime un concetto diverso dall’”assegno di mantenimento” stabilito dal giudice civile, essendo in materia penale rilevante solo ciò che è necessario per la sopravvivenza del familiare dell’obbligato nel momento storico in cui il fatto avviene. L’ipotesi aggravata non ha carattere meramente sanzionatorio dell’obbligo civile, occorrendo perciò verificare che la mancata corresponsione delle somme dovute non sia da attribuire ad uno stato di indigenza assoluta da parte dell’obbligato

In relazione alla circostanza che l’imputato aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore e alla moglie separata, omettendo il versamento dell’assegno divorzile, fissato in Euro 350 mensili, la sentenza in commento ha rilevato che:
a) la condotta di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza in danno di più soggetti conviventi nello stesso nucleo familiare non configura un unico reato, bensì una pluralità di reati in concorso formale o, ricorrendone i presupposti, in continuazione tra loro, in quanto le condotte incriminate dal 2° comma tutelano, accanto all’unità familiare, anche specifici interessi economici dei singoli (nello specifico, la loro sopravvivenza economica: C., S.U., n. n. 8413 del 20/12/2007);
b) in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’espressione ‘mezzi di sussistenza’ di cui all’art. 570, 2° comma, n. 2, esprime un concetto diverso dall’’assegno di mantenimento’ stabilito dal giudice civile, essendo in materia penale rilevante solo ciò che è necessario per la sopravvivenza del familiare dell’obbligato nel momento storico in cui il fatto avviene (Cass. 535/16)
c) in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’ipotesi aggravata consistente nel far mancare ai familiari i mezzi di sussistenza, non ha carattere meramente sanzionatorio dell’obbligo civile derivante dalla sentenza di separazione, occorre perciò verificare che la mancata corresponsione delle somme dovute non sia da attribuire ad uno stato di indigenza assoluta da parte dell’obbligato. In tal caso infatti la indisponibilità di mezzi, se accertata e verificatasi incolpevolmente, esclude il reato in parola, valendo come esimente, purché si tratti di una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti (Cass., n. 33997 del 24/6/2015).
La Suprema Corte ha pertanto cassato la sentenza impugnata, che non aveva tenuto conto del fatto che la moglie separata, come accertato, lavorava e guadagnava Euro 1.500 mensili) e senza tener conto della concreta capacità patrimoniale dell’imputato, che, come pure riconosciuto dalla Corte d’appello, aveva perso il lavoro già nel 2005 ed era stato costretto a ricorrere all’ospitalità della madre, che l’aveva accolto in casa.
Sull’onere della prova: all’imputato competeva un semplice onere di allegazione, mentre era compito della pubblica accusa dimostrare che egli aveva, invece, la “concreta possibilità di adempiere”, e pur tuttavia a quell’obbligo si era volontariamente sottratto.